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lunedì 28 ottobre 2013

Alzheimer e rame: un nuovo approccio


24 milioni di individui nel mondo sono affetti da demenza, il 70% dei quali dalla malattia di Alzheimer: dall’Italia arriva un ricerca innovativa. Venerdì 25 ottobre 2013, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, sono stati presentati e discussi i risultati di oltre 10 anni di studi sul ruolo del rame nello sviluppo della malattia di Alzheimer.




I Ricercatori dell’Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca (AFaR) guidati dalla Dott.ssa Rosanna Squitti hanno progressivamente dimostrato che nella demenza di Alzheimer esiste una relazione tra declino cognitivo e livelli di  rame “libero”  presente nel sangue, ossia quella quota di rame circolante non legato alla proteina che normalmente lo trasporta, la ceruloplasmina (rame Non-Ceruloplasminico). Livelli eccessivi di questo tipo di rame sono tossici e aumentano il rischio di ammalarsi di Malattia di Alzheimer.


Questo tipo di anomalia – se rilevata per tempo - aiuta anche a meglio identificare quei casi pre-sintomatici (i cosiddetti Mild Cognitive Impairment = MCI) che hanno un elevato rischio di sviluppare la malattia nei successivi 5-6 anni. Infatti, nel gruppo preso in esame e seguito per 6 anni, mentre gli MCI con rame normale  avevano circa il 20% di probabilità di progredire in Alzheimer, in quelli con rame elevato tale probabilità saliva oltre il 50%.
Il metodo messo a punto dalla Dott.ssa Squitti era però tipicamente un test di laboratorio, molto utile per la ricerca, ma poco utilizzabile come test clinico su larga scala.


Di recente, Canox4drug, in collaborazione con l’AFaR, ha sviluppato C4D, un test innovativo in grado di misurare la quantità di rame Non-ceruloplasminico in circolo con rapidità, altissima precisione e replicabilità. L’iter da seguire è semplice: è sufficiente sottoporsi ad un prelievo ematico. Il sangue prelevato viene analizzato per mezzo di una sonda fluorescente, che emette dei segnali; il cambiamento di emissione è proporzionale alla quantità di rame Non-ceruloplasminico presente nel campione. 

Tale test è già pienamente operativo presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma, ma sarà presto reso disponibile in molti altri ospedali e centri italiani che si occupano di Alzheimer.  L’interesse verso questo nuovo “killer” deriva anche dal fatto che – a differenza di altri fattori di rischio - può essere normalizzato grazie ad un intervento terapeutico che i Ricercatori stanno già mettendo a punto.
La riunione scientifica ha preso in esame lo stato dell’arte della ricerca per la diagnosi precoce di Alzheimer grazie ai più moderni mezzi (test neuropsicologici, neuroimaging, biomarcatori) ed ha discusso il ruolo delle recenti scoperte sul rame anche in un’ottica di prevenzione e cura.


Alla piena riuscita del convegno hanno contribuito alcuni tra i migliori ricercatori italiani di “settore” (Paolo Maria Rossini, Stefano Cappa, Alessandro Padovani, Giovanni Frisoni, Massimo Gennarelli oltre, ovviamente, a Rosanna Squitti).

A promuovere l’evento è stata la Canox4drug, società italiana di ricerca nel campo biomedico nata nel 2012, che vanta la collaborazione di esperti con un’esperienza ventennale nel settore. L’obiettivo degli imprenditori e professionisti selezionati che ne fanno parte è quello di realizzare strumenti innovativi per la diagnosi precoce e la cura di malattie neurodegenerative. Tra queste, la malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza, ad oggi ritenuta incurabile.




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